Vivere significa migrare: intervista ad Adrián Bravi

"Muri" e "frontiere", il rapporto tra letteratura e migranti, le “variazioni” umane nei racconti: l'intervista a Adrián N. Bravi.

Variazioni straniere è una piccola raccolta di racconti che Adrián Bravi ha scritto sul tema della migrazione. Un argomento quanto mai attuale che affrontiamo in questa intervista con l’autore, che ci parla delle sue storie, del concetti di muri e frontiere, del rapporto tra letteratura e migranti e delle “variazioni” umane dei suoi racconti.

Caro Adrián, con Variazioni straniere tocchi il genere del racconto. Come mai per questo argomento hai scelto il ‘vestito’ del racconto e non del romanzo?
Questo libro raccoglie una serie di racconti che ho scritto in anni diversi. Sono racconti che parlano di stranieri, in senso lato, e fino a quando non ho deciso di metterli insieme (grazie alla proposta della prof.ssa Marisa Borraccini) non mi ero reso conto di averne scritto un discreto numero sull’argomento. Mi sono sempre confrontato con la forma breve, perché ti permette di ampliare le possibilità, da qui il titolo.

Sono racconti che però sembrano costruire un percorso, come se dovessimo concepire questo libro come una storia unica. È così?
In parte sì, perché ognuno racconta, a modo suo, una storia di “straniamento” che nell’insieme si trasforma in un libro con molte varianti. Ed ecco che troviamo l’anziano che narra la sua morte e il suo rapporto con la badante, o l’albino nato in un piccolo villaggio sperduto nella giungla che diventa uno straniero per i suoi parenti – mi riferisco al racconto L’albino e il tumuto che fa parte della raccolta. Insomma, c’è un filo comune che unisce tutti i racconti.

In questo libro ci sono figure “al confine”, “al limite”. Quanto il migrante è davvero così lontano da una piena integrazione nella società?
È difficile parlare in generale del “migrante” o dello “straniero”, perché il “migrante” o lo “straniero” in sé non esiste, esistono le persone che emigrano e ognuna di queste reca la propria storia, la propria esperienza e tutto quello che comporta il fatto di dover lasciarsi alle spalle il luogo dove si è nati. Io ho cercato solo di raccogliere alcune storie di “smarrimenti”. Ripeto quello che ho detto altre volte: sono convinto che dal punto di vista tassonomico l’uomo andrebbe annoverato tra le specie migratorie. Vivere significa migrare.

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Oggi si parla tanto dei concetti di “muro” e di “frontiera”. Qual è il rapporto dei tuoi personaggi con questo limite da oltrepassare?
In uno dei racconti, Il muro sulla frontiera, si narra la storia dei migranti che vengono arruolati in frontiera per costruire un muro che impedisce il passaggio dei migranti stessi. È un’idea paradossale, ma non fuori dalla realtà che vediamo oggi. I muri, si sa, servono più per arroccare le persone dentro il proprio guscio che per impedire di attraversare le frontiere. Non esistono solo muri di filo spinato o muri di cemento armato (i più folli e cretini). Esistono anche muri linguistici, muri che riguardano l’integrazione, persino l’indifferenza potrebbe considerarsi un muro. Quindi, una persona costretta ad abbandonare il proprio posto sa che dovrà attraversare tanti ostacoli (che un indigeno non si immagina neanche di cosa significa tutto questo), l’importante, penso, è saper declinare questa esperienza per arricchire la propria vita.

Sembra però che il viaggio per andare al di là dei muri rappresenti anche un viaggio interiore dei protagonisti. Come cambia, se cambia, l’identità dei migranti durante la migrazione?
Si diceva prima, ogni persona che parte porta con sé la propria storia e sta a lui piegarla in un modo o l’altro. Negli ultimi anni della sua vita Plutarco scrive una lettera, L’esilio, al suo giovane amico Menemaco di Sardi, per consolarlo dal fatto di essere stato mandato in esilio e lo invita a non considerare lo sradicamento come un male in sé. Questo significa che la migrazione, non sempre, ovvio, può trasformarsi in un percorso interiore.

Qual è il ruolo della letteratura e del racconto nell’era attuale, di fronte alle storie dei migranti? Quale il compito degli scrittori?
Penso che il compito dello scrittore, se così vogliamo chiamarlo, consiste nel raccontare storie. È un mestiere antichissimo, che risponde a una necessità primordiale. Spesso queste storie ci aiutano a capire meglio quello che vediamo tutti i giorni davanti a noi, ma questo è un altro discorso che riguarda il modo di leggere o di ascoltare. Lo scrittore, diceva Manganelli, sceglie di essere inutile, poi si mette a raccontare come meglio crede le cose, giusto per complicarle un po’. Insomma, lo scrittore ha il compito, e non è poco, di scrivere il meglio possibile, non per cambiare la realtà, ma per cambiare la rappresentazione della realtà.

Per concludere, Adrián, che cosa sono queste “variazioni” dei tuoi racconti? Da dove nascono e dove ci conducono?
Le “variazioni” sono figure narrative attraverso le quali ho cercato di raccontare alcune storie di vita. Sono stato spesso sollecitato da questi temi, perché vivo, anche se pienamente integrato, in un posto in cui non sono nato e che ho scelto lasciandomi alle spalle la mia terra d’infanzia (non solo la terra, ma anche la lingua – di fatto, sto scrivendo in una lingua che mi ospita e che ho imparato da grande; la lingua è il mio muro quotidiano). Quindi, la migrazione mi tocca da vicino perché provengo da una famiglia che ha attraversato l’Atlantico diverse volte. Dove ci conducono le “variazioni” non lo so, speriamo che non ci portino lontano dai propri sogni.

Donato Bevilacqua
L'autore

Laureato in comunicazione multimediale all'università di Macerata, mi occupo da anni della sezione letteratura de La Bottega di Hamlin. Coordino la redazione di vari magazine online e collaboro con enti, istituzioni ed associazioni per l'organizzazione di eventi e la promozione del territorio.