Sulle tracce del Minotauro: visita al Labirinto di Franco Maria Ricci

Franco Maria Ricci, editore, designer, bibliofilo e collezionista, ha costruito nel mezzo della Pianura Padana, a Fontanellato, il labririnto più grande del mondo.

Si arriva al cospetto della Masone di Franco Maria Ricci da una stradina secondaria, una di quelle vie di campagna che a vederle non gli daresti due lire. E invece è l’accesso ad una delle più sorprendenti esperienze sensoriali che vi possa capitare. Il Labirinto di FMR ha aperto i battenti lo scorso 29 maggio a Fontanellato, Parma. Oltre 5 mila metri quadri di estensione che ospitano 400mila piante di bambù, libri, statue del Canova, una Jaguar, una mostra dedicata ad Antonio Ligabue e Pietro Ghizzardi. Soprattutto, l’architettura scintillante e geometrica della Magione custodisce un senso di meraviglia totale.

«Si è trattato di un percorso tortuoso e imprevedibile, nato da incontri, esperienze, da emozioni, da pensieri che a un certo punto sono confluiti e si sono coagulati in un progetto». Così ci ha raccontato Franco Maria Ricci, editore, designer e bibliofilo, in un’intervista. Sin dalla prima occhiata alla Masone, appena arrivati, è evidente questa stratificazione di emozioni e idee. Il Labirinto, prima ancora che un ordito di cortili, piramidi e sentieri tortuosi, è un concetto in cui si fondono Borges, i mosaici romani del Museo del Bardo di Tunisi e del Kunsthistorisches Museum di Vienna, il Trattato di architettura del Filarete, Vespasiano Gonzaga, l’amato Giambattista Bodoni, l’Illuminismo e il classicismo. Come in un racconto di Borges (l’ispiratore del progetto), il tempo e la volontà sembrano aver giocato un ruolo chiave. Ricci ha coltivato il sogno del Labirinto per vent’anni, aiutato dall’architetto Davide Dutto (che aveva collaborato con la casa editrice di FMR ad un volume sul Giardino di Polfilio). Una delle poche concessioni all’impazienza è stata la scelta del bambù. Solitamente per i labirinti viene usato il bosso. «Anch’io forse l’avrei usato, se fossi stato più giovane, ma il bosso cresce lentamente, mentre il bambù è velocissimo», ci ha spiegato Ricci.

(Scorci interni del Labirinto, foto di Massimo Listri)

Addentrandosi nel labirinto, la sensazione è quella di un percorso di liberazione dall’angoscia del mondo moderno. Nel dedalo di vie delimitate dall’imponente bambù (pianta all’apparenza esile, in realtà robustissima ed elastica) si respira una quiete surreale. A guidarvi nel percorso, una mappa, consegnata all’ingresso da una receptionist, e alcuni riferimenti numerici (scritti rigorosamente in Bodoni, come ogni informazione all’interno del Labirinto). L’aspetto interessante è che le sensazioni oniriche che accompagnano ogni passo (si dice che nel labirinto scorrazzino libere delle lepri) non si separa dal piacere infantile di riuscire nel gioco. Ci si dovrebbe perdere, nel Labirinto, perdere per ritrovarsi: tuttavia, garantito, né la prima né la seconda volta che lo percorrerete riuscirete a non farvi prendere alla smania di individuare la strada giusta nel tempo più breve.

Al centro del Labirinto non troverete il Minotauro in attesa della sua liberazione, ma un ampio cortile con, al centro e sopraelevata, una piramide. È una cappella, in futuro potrà ospitare cerimonie religiose. La vista dall’alto toglie il fiato. Le superfici lisce e le geometrie delle architetture, la pianura padana, persino i tagli della luce: ogni elemento si lega all’altro in un abbraccio surreale, che nemmeno la presenza di un affollato punto di ristoro riesce a spezzare. Il Labirinto è il personale itinerario di Franco Maria Ricci alla ricerca della bellezza. Bellezza che non è esente dal dolore e dall’imperfezione “terrena”. «Qualcuno potrebbe essere tentato di chiamare il mio Labirinto la Folie Ricci. Non mi dispiacerebbe – ha rivelato l’editore -. La Follia è una Dea potente: tutte le volte che nella vita mi sono sentito troppo ragionevole e un po’ annoiato l’ho pregata d’intercedere per me». E proprio la follia riscattò la vita di Antonio Ligabue e Pietro Ghizzardi, i cui quadri sono protagonisti di una splendida mostra nella Magione.

Gli incubi di Ligabue (1899-1965) assumono la forma di feroci tigri stritolate da serpi, assediate da scorpioni, divorate da mantidi giganti. L’inquietudine del pittore, la cui vita fin dalle prime fasi fu segnata dalla scomparsa della madre naturale (morta tragicamente nel 1913 insieme a tre fratelli per un’intossicazione alimentare) e dal difficile rapporto con la famiglia adottiva, i Göbel, traspare anche dagli stranianti autoritratti. Di Ghizzardi (1906-1986), pittore contadino per eccellenza, maestro dello stile naif, è possibile ammirare alcune splendide donne. La sua è una pittura carica di desideri e sogni, fantasmi che, come per Ligabue, «hanno come unica ragione di esistere di suscitare i sogni, le fantasie e i fantasmi di colui che li guarda» (così Vittorio Sgarbi, curatore della mostra).

I dipinti fanno parte della collezione personale di Ricci. C’entra ancora il tempo (di una vita): «Quando mio zio si dedicava ad una monografia su Ligabue, comprava Ligabue. Quando scriveva di Hayez, comprava Hayez. Quando studiava Schedoni, comprava Schedoni. La collezione è il risultato tangibile di una vita di ricerca». Altri pezzi pregiati li ritroviamo nella stanza dedicata al Canova, tra le opere dei discepoli del Parmigianino (soprattutto il Cupido che fabbrica l’arco) o nella mostruosa Wunderkammer, con sculture e dipinti di teschi ed esseri mostruosi.

Perdersi nel Labirinto significa affacciarsi su un mondo di storia e meraviglia. Che non può non contemplare i libri. Ci sono alcuni splendidi pezzi di Franco Maria Ricci Editore: tra questi due volumi dell’Enciclopedia di Diderot e D’Alembert, raccolte di Borges, saggi su Poe e tanto altro ancora. E poi i testi sacri di Giambattista Bodoni, tipografo e stampatore, la cui arte è simbolo di quella bellezza classica che Ricci ha cercato di evocare in ogni angolo della Masone. Tutto perfettamente accessibile e a portata di mano dei visitatori: la bellezza, per Franco Maria Ricci, è un’emozione che va mostrata, condivisa e vissuta senza riserve.

Soprattutto, nel Labirinto ci sono promesse di molte altre meraviglie. Nelle prossime settimane arriveranno nuovi volumi, le sale del complesso ospiteranno una scuola che avrà lo scopo di far conoscere le ricchezze d’arte e la memoria del territorio limitrofo a Parma, e tanti eventi. Primo appuntamento, il 23 giugno, con “La rugiada di San Giovanni nel cuore del Labirinto”: un evento con visita guidata alla mostra di Ligabue e Ghizzardi, una cena e un’esplorazione notturna dei dedali del labirinto.

Quando si lascia la Magione, si è stanchi ma felici. Consapevoli di aver vissuto un’esperienza unica, si torna a casa a malincuore. L’incanto della straordinaria opera di Ricci è quello di un luogo senza tempo, connesso con una parte profonda di noi. Una sensazione che Borges avrebbe riassunto così: «Un uomo si propone di disegnare il mondo. Nel corso degli anni popola uno spazio con immagini di province, di regni, di montagne, di baie, di vascelli, di isole, di strumenti, di astri, di cavalli e di persone. Poco prima di morire, scopre che quel paziente labirinto di linee traccia l’immagine del suo volto».

Marco Loprete
L'autore

Copywriter, social media manager, web editor, lanciatore di coltelli.