Storie in perdita: intervista a Carmen Pellegrino

Ciò che fa Carmen Pellegrino è il nocciolo dell’esistenza di ogni scrittore: raccontare luoghi – spesso morti e abbandonati – e con essi donne e uomini che la storia non ricorda. Con il suo primo romanzo, Cade la terra, ha ...

Ciò che fa Carmen Pellegrino è il nocciolo dell’esistenza di ogni scrittore: raccontare luoghi – spesso morti e abbandonati – e con essi donne e uomini che la storia non ricorda. Con il suo primo romanzo, Cade la terra, ha aperto un ponte che unisce storia e memoria, vivi e morti. In questa intervista ci spiega come tra queste due dimensioni, sia persino possibile cambiare i destini.

Carmen, nella vita sei un’abbandonologa. Ci parli un po’ del tuo mestiere? Come nasce questa passione e come l’hai coltivata?

Più che un mestiere direi che quello dell’abbandonologa è uno stato d’animo, o meglio un’attitudine a cercare la bellezza in una molteplicità di brandelli, a vedere una possibilità in ciò che è stato lasciato a perdersi perché ritenuto inutile, un puro nulla, un inciampo. Questa propensione forse viene dal mio stesso vissuto, fra gli abbandoni: sono nata in un buco di mondo circondato di paesini abbandonati e la campagna dove crescevo, con i miei nonni contadini, era disseminata di casolari vuoti, nei quali entravo a immaginare il ritorno delle famiglie che li avevano abitati.

Cade la terra è un libro che unisce la fantasia ad un impianto storico molto forte. Quali sono stati i riferimenti e i documenti da cui hai tratto spunto?

Ho consultato i giornali del tempo, quando scrivevo la storia di Cola Forti, anarchico durante il ventennio fascista. Per la storia di Maccabeo, i cui figli partirono per il fronte della Grande Guerra, ho consultato un archivio privato di cartoline e lettere; in quegli anni i soldati italiani scrivevano alle loro famiglie con disperato attaccamento, e anche chi non aveva mai scritto più del suo nome cominciò a farlo forsennatamente: le parole posate su carta e quelle poi ricevute da casa divennero una ragione di vita, una ragione per restare in vita.

Un’immagine tratta dalla copertina di Cade la terra, il romanzo di Carmen Pellegrino

Nel libro esiste questo ponte tra i vivi e i defunti. Qual è il rapporto tra questi due mondi? Che cosa cercano gli uni e che cosa gli altri?

Non saprei dire cosa cerchino gli uni e cosa gli altri; di sicuro si giudicano e si spiano a vicenda! In un’ipotesi più lieve, direi che si aiutano a restare ciascuno al suo posto, dunque i morti aiutano i vivi a fare i vivi e viceversa. Qualche volta però le parti s’invertono.

Una storia in cui dai un nome a pezzi di memoria. Che cos’è per te la memoria? E quanto conta nel tuo vissuto personale?

Credo che ciascuno di noi abbia un debito nei confronti del passato da cui proviene; questo debito qualcuno lo ha chiamato ‘restituzione’. Che potremmo mai essere senza memoria? Prendendo da Pasolini direi che è più moderno di ogni moderno colui che si aggira cercando i fratelli che non ci sono più.

Come si fa a raccontare un luogo abbandonato? Quali sono le cose che cerchi di trasmettere?

Prima ne ricostruisco la storia, attingendo alle fonti con metodo storico. Poi però, quando decido di passare al racconto, cerco di dare voce alle suggestioni che mi sono venute da quel luogo. A volte cambio il destino degli uomini e delle donne che ho trovato sepolti in quelle storie, nella polvere di quelle rovine, specialmente se sono state storie di dolore, di soggezione, di miseria. Nell’abbandono che livella i destini è persino possibile cambiare quei destini.

E mentre racconti le tante storie dimenticate di tante persone, ti viene mai la voglia di essere una di loro? O meglio, quanto ti immedesimi nei luoghi e nelle persone che racconti?

Nei luoghi mi immedesimo spesso, nelle case soprattutto, e più sono percorse da spacchi più mi pare che mi somiglino. Ho a cuore le storie in perdita, i dimenticati, i vinti. Ne scrivo perché la parola può salvare, di sicuro salva dall’oblio.

L’ultima è una curiosità: come mai vai ai funerali degli sconosciuti?

Osservo i vivi, li osservo addomesticare il dolore, che fa sempre il suo giro. E dico due parole al morto, dopo aver chiesto notizie della sua vita: se è stata dolorosa la cambio promettendo al morto, nel racconto che poi ne faccio, più fortuna.

Donato Bevilacqua
L'autore

Laureato in comunicazione multimediale all'università di Macerata, mi occupo da anni della sezione letteratura de La Bottega di Hamlin. Coordino la redazione di vari magazine online e collaboro con enti, istituzioni ed associazioni per l'organizzazione di eventi e la promozione del territorio.