Simona Sparaco tra racconti, favole e memoria

Intervistare Simona Sparaco è come fare un viaggio dentro una bella favola, e scoprire che mentre stai seguendo le briciole, ritrovi la strada e il sentiero della memoria. Con Se chiudo gli occhi, l’autrice fa rivivere leggende della sua ...

Intervistare Simona Sparaco è come fare un viaggio dentro una bella favola, e scoprire che mentre stai seguendo le briciole, ritrovi la strada e il sentiero della memoria. Con Se chiudo gli occhi, l’autrice fa rivivere leggende della sua terra d’origine (le Marche) e ricostruisce, grazie alla semplicità, il rapporto tra un padre e una figlia.

Simona, questa è una domanda di un marchigiano ad una scrittrice che racconta una leggenda marchigiana. Come hai conosciuto la storia della Sibilla, e come hai avuto l’idea di narrarla nel tuo romanzo?

Sono marchigiana anch’io. Solo di origini purtroppo. E quando sono andata la prima volta sul Monte Sibilla ho sentito subito il bisogno di approfondire le storie di quei luoghi, di lasciare che mi conducessero nel loro affascinante “antro”. E così è nata l’idea di scrivere una storia che fosse ambientata in uno scenario così “femminile”, e il personaggio di Nora si ispira a una sensitiva marchigiana realmente esistita, Pasqualina Pezzola.

Viola e suo padre hanno un rapporto complicato. Quanto è difficile superare il passato nei rapporti affettivi?

Per superarle le difficoltà e i rancori che hanno segnato i nostri affetti è necessario il perdono. Un concetto che ha attraversato intatto le mitologie, i Testamenti, fino ad arrivare alle teorie psicologiche odierne. Una parola inflazionata ma di cui davvero poco si comprende il suo significato più profondo. Volevo scrivere principalmente un romanzo sul viaggio che si deve intraprendere quando ci si approccia a questo meraviglioso concetto.

Una rappresentazione della Sibilla Appenninica

Nel tuo libro è molto forte il tema del viaggio. Sbaglio se dico che proprio il ritorno alla provincia e ad un mondo magico faccia riavvicinare padre e figlia?

Aggiungerei il ritorno alla semplicità, rischiando anche di risultare banale. Ma ho scritto questo libro mentre vivevo al centro di una metropoli molto complessa, la meno asiatica delle grandi città d’Oriente, e ho sentito la mancanza dei sapori e degli odori della mia terra, della vita a contatto con la natura, delle botteghe artigianali, delle piccole librerie dove ancora ci vengono consigliate le letture a noi più adatte. Mi sentivo un’orfana in quell’Oriente così moderno e tecnologico, e pensavo alla maternità e alla paternità di un territorio, quello cui sento di appartenere.

Quanto sono difficili da aprire le gabbie fatte di orgoglio? E tu quanto sei orgogliosa?

Io non sono orgogliosa. Anzi. Un po’ di orgoglio serve. Ma ci sono persone che non riescono a mettersi in discussione, e questo è un limite davvero invalidante.

Se chiudo gli occhi è un libro sulla memoria, sul ricordo e sul racconto come strumento per tenerla in vita. Che cos’è per te narrare? E quanto conta il racconto nella memoria?

Scrivere è per me come aprire una scatola, una scatola magica, dove certamente è custodita anche la memoria. La memoria però è disordinata, distratta, a volte anche ubriaca. Il racconto è come un infermiere che la rimette in sesto, che le suggerisce una direzione.

Una domanda forse un po’ personale, e se vuoi puoi non rispondere. Simona, che rapporto hai con tuo padre? Ci sono cose che vorresti dirgli e che non gli hai detto?

Mio padre è un grande uomo, molto diverso dal mio Oliviero. Oliviero è stato per me una sorta di spauracchio. Ho avuto un padre molto presente, affettuoso, che non mi ha mai fatto mancare nulla, un modello ingombrante forse proprio per la sua magnanima grandezza. Gli racconto tutto, ma non lo ringrazio mai abbastanza, per aver creduto sempre in me, sin dall’inizio.

Tu ci credi alle favole? Qual è la tua preferita?

Sono letteralmente innamorata delle favole, dei cartoni animati, dell’infanzia. La mia favola preferita è Hansel e Gretel. L’idea di seguire dei sassolini sparsi per il bosco nel tentativo di ritrovare una strada già percorsa ha sempre esercitato sul mio immaginario un certo fascino. È forse per me una delle più belle metafore sull’esistenza.

Simona, se chiudi gli occhi… che cosa vedi?

Vedo mio figlio che si fa uomo, si volta e mi dice: “Grazie per avermi lasciato esplorare il mondo senza paura. Ora so dove andare”.

Donato Bevilacqua
L'autore

Laureato in comunicazione multimediale all'università di Macerata, mi occupo da anni della sezione letteratura de La Bottega di Hamlin. Coordino la redazione di vari magazine online e collaboro con enti, istituzioni ed associazioni per l'organizzazione di eventi e la promozione del territorio.