Fallisci ancora, fallisci meglio: l’assurdo nell’opera di Samuel Beckett

Samuel Beckett fu uno degli autori più importanti del Novecento ed esponente fondamentale del Teatro dell'Assurdo.

Samuel Beckett fu uno dei più importanti rappresentanti del “Teatro dell’Assurdo”, insieme a Ionesco e Adamov. A metà del Novecento un gruppo di autori inaugurò un nuovo modo di fare teatro, partendo dalla decostruzione della logica di trama e linguaggio delle opere messe in scena: venuta meno la legge deterministica di causa-effetto, gli intrecci del nuovo genere assunsero le sembianze di un puzzle di eventi apparentemente senza alcun senso, molti dei quali sostenuti da un flebile – e quasi insignificante – fil rouge.

È il caso di Aspettando Godot, con Didi e Gogo che attendono un certo signor Godot, seppur inutilmente, poiché Godot non arriverà mai: ma i protagonisti «do not move», nemmeno quando Godot non si presenta per l’ennesima volta, diventando l’immagine dell’assurdità esistenziale dell’uomo, proteso idealmente in direzione di una meta, ma senza essere in grado di attuare un moto concreto per raggiungerla.

samuel beckett

La prima fase letteraria beckettiana fu strettamente legata allo stile di James Joyce, soprattutto alle sue sperimentazioni linguistiche in Ulisse e La veglia di Finnegan (quest’ultimo un esempio di “flusso di coscienza” portato a limiti estremi), oltre che rispetto al tema della paralisi dell’uomo moderno. Aspettando Godot è senza dubbio l’opera più famosa di Beckett, ma Molloy, Malone muore e L’Innominabile costituiscono il punto più raffinato e alto della sua produzione: grazie a questa trilogia, l’autore si emancipò dal proprio padre artistico – Joyce appunto – per intraprendere un percorso autonomo, proclamando l’assoluta incapacità degli uomini di dare un senso alla propria vita, semplicemente perché un senso non c’è.

La riflessione sulla crisi esistenziale trova, più o meno alla fine degli anni Quaranta, ampio spazio nella produzione di Beckett: dopo l’affrancamento da Joyce è quasi più palpabile la presenza di Sartre e, soprattutto, di Camus, quest’ultimo autore di un “ciclo dell’assurdo” (Lo straniero, Il mito di Sisifo, Caligola, Il malinteso) a cui si affianca quello della “rivolta”, con opere come La peste o L’uomo in rivolta. Se pensiamo a La caduta di Camus, è automatico individuare delle similitudini tra il protagonista Clamence e Didi e Gogo di Aspettando Godot: l’avvocato parigino ritratto dallo scrittore francese è consapevole di vivere nell’assurdo, accettandolo come un fatto ineluttabile, nutrendo intimamente un’ansia e frustrazione impossibili da combattere, perpetrate mediante una routine priva di ogni criterio. Un andare (o meglio uno stare) senza alcuno scopo, girando in cerchio, partendo da un punto e ritornandovi senza alcuna via di scampo.

La fredda consapevolezza dell’inettitudine umana condusse, inevitabilmente, lo stesso Beckett a un momento della sua carriera in cui sembrava non ci fosse più nulla da dire o scrivere. Testimonianza di ciò fu Testi per nulla (1954): la frase «non posso continuare, devo continuare» accosta, in parte, l’autore con i personaggi di molti suoi scritti, che vorrebbero andare ma non vanno, mentre lui vorrebbe non continuare, ma deve farlo, in opere brevi, ma significative da un punto di vista espressivo e concettuale.

L’ultimo «rantolo estremo», il non plus ultra della sua prosa, è segnato da Peggio tutta, composizione del 1984, il cui titolo originale è di traduzione un po’ ostica (Worstward Ho, legato al gergo dei marinai che con «westward ho» indicavano l’ovest e l’avanti tutta, un’espressione di gioia e esaltazione, che con la sostituzione di “west” con “worst” diventa quasi tragedia). L’ispirazione per Worstward Ho deriva da alcune battute di Re Lear di Shakespeare, ovvero «finché possiamo dire che questo è il peggio, vuol dire che il peggio può ancora venire». Ed è in questo senso che si ascrive anche una delle citazioni più conosciute di Beckett, simbolo della continua ricerca e analisi da parte dell’artista, al di là del nonsense dell’esistenza umana e l’apparente impossibilità di porvi rimedio: «Ho provato, ho fallito. Non discutere. Fallisci ancora. Fallisci meglio».

Elena Spadiliero
L'autore

Classe 1985. A sei anni è iniziata la mia storia d'amore con i libri: da allora non li ho più lasciati. Appassionata di cinema, montagna e Dylan Dog. Divoratrice di sushi e smørrebrød. Credo nella bellezza che «salverà il mondo» e nelle parole, ma quelle giuste, perché «chi parla male, pensa male e vive male».