Romanzi tra le pieghe della storia. Intervista a Giovanni Cocco

Per scrivere un libro come La Caduta, c’era bisogno di un personaggio forte, deciso, con uno sguardo attento alla realtà e al mondo intorno, più che alle proprie “beghe personali”, come le definisce lui stesso. Giovanni Cocco è ...

Per scrivere un libro come La Caduta, c’era bisogno di un personaggio forte, deciso, con uno sguardo attento alla realtà e al mondo intorno, più che alle proprie “beghe personali”, come le definisce lui stesso. Giovanni Cocco è uno scrittore che ha dato dimostrazione di poter applicare la sua bravura alla funzionalità della letteratura, creando un collegamento quasi viscerale tra i suoi racconti e la storia che stiamo vivendo. In questa chiacchierata abbiamo scoperto la sua lucidità, le sue idee e qualche cosa in più sul suo romanzo.

Caro Giovanni, per riprendere una frase del tuo libro potremo dire che, con La Caduta, non volevi certamente essere uno strumento del panorama letterario, ma un vero e proprio protagonista. Da quanto covavi, e com’è nata, l’idea di scrivere un libro così?

L’idea risale al 2009. Da tempo ero alla ricerca di un dispositivo narrativo che mi consentisse di dire più cose, e l’idea era quella di un romanzo polifonico, che parlasse di tematiche come la Crisi finanziaria che ha investito l’Europa, l’aborto, la migrazione forzata, le periferie in subbuglio, il Mediterraneo in fiamme, le catastrofi naturali e quelle dettate dal progresso tecnico-scientifico. La Caduta è nato così, per sottrazione, per reazione eguale e contraria a tutto ciò che era stato prodotto in Italia a partire dal 1996.

Uno dei tratti affascinanti del tuo lavoro è la struttura narrativa, che si rifà ad un ciclo di quadri e alle Sacre Scritture. Come mai questo parallelismo molto forte tra religione e letteratura?

Non è tanto la prospettiva religiosa ad avermi attratto quanto quella mitica. La Bibbia, in fondo, è il più grande romanzo popolare di tutti i tempi. Quante ai cicli pittorici, a Mantegna, Foppa, Correggio e Giulio Romano: mi ha sempre affascinato l’avventura artistica di questi pionieri, persone in anticipo anche di un secolo sulle tendenze artistiche poi affermatesi successivamente.

Primavera araba, Uragano Katrina, crisi economica…hai deciso di evidenziare alcuni eventi fondamentali dell’ultimo decennio. Come mai proprio questi? Ti hanno toccato in modo particolare sul piano personale?

Di cosa avrei dovuto parlare, delle mie beghe personali?

E se oggi dovessi proseguire questo libro, quali altri eventi di quest’ultimo periodo troverebbero spazio nella tua storia?

La cronaca è fonte inesauribile di occasioni narrative. Quello che mi colpisce, oggi, specie se ci riferiamo all’Italia, è l’esplosione delle conseguenze della crisi (la perdita del posto di lavoro, la crisi del Sistema Paese, il crollo del sistema previdenziale, il conflitto generazionale) e l’immobilismo della classe dirigente. Non solo di quella politica.

La sensazione è però che i protagonisti siano gli uomini, le loro storie e l’umanità persa nel caos…è ancora possibile, nell’incertezza che stiamo vivendo, trovare questi bricioli di umanità?

Non sono un sociologo e non ho ambizioni da guru. Non mi azzarderei mai ad applicare categorie morali ad un fatto, lo scrivere, per sua intrinseca natura di tipo estetico. Vorrei essere giudicato per quello che scrivo: storie. Il resto è fuffa. Banalizzo ulteriormente. Lucio Battisti (non LukaksBarthes) una volta disse: «Io propongo delle cose: vi piacciono sì o no?» In altre parole: non ho ricette. Il mio mestiere è un altro: raccontare delle storie e farlo, se possibile, in un modo non banale.

I singoli episodi del tuo libro sono legati tra loro da alcune voci “guida”. Qual è la vera funzione di queste voci per il lettore?

Genesi (il romanzo complessivo di cui La Caduta rappresenta il primo episodio) ruota tutto attorno all’idea di feto, di embrione, di vita. E il romanzo altro non è che non la progressione di una vita umana, dal concepimento alla morte. I refrain sono molteplici: il tema delle banche, quello della violenza, l’omosessualità. Si ripetono anche gli oggetti e le descrizioni: le magliette, le strisce pedonali, la descrizione del bambino. Indizi inseriti nel testo allo scopo di legare gli episodi tra loro.

Sempre a proposito del lettore, esiste una sorta di percorso per poter leggere il tuo libro e muoversi tra queste storie? O vale ancora la regola che ognuno fa sua la storia che sta leggendo, la quale diventa poi uno specchio per se stesso?

Diffido da tutti coloro che hanno consigli o suggerimenti per i propri lettori, al di là della giusta riconoscenza nei confronti di chi ha speso tempo e denaro per l’acquisto di un libro.

E per te stesso? Quanto ha contato per il tuo percorso scrivere un libro così? Quanto c’è di te dentro?

Un giorno Aldo Busi, cioè il massimo scrittore italiano del ‘900 (con largo distacco su tutti gli altri, e per rendersene conto basterebbe leggere per intero Seminario sulla gioventù o Vita standard di un venditore provvisorio di collant), scrisse questa cosa (contenuta in “Ce la farà mai l’Italia a essere al passo con Seminario sulla Gioventù?”, postfazione alla “Nuova Edizione Totalmente riveduta dallo Scrittore” pubblicata negli Oscar Scrittori del Novecento): «Con le esperienze, e massimamente con le infanzie e le vecchiaie, per quanto ben speziate e acconce, non si fa Letteratura (figuriamoci, poi, se la si fa con la cultura!). La Letteratura si fa con le parole scritte una dopo l’altra in un certo modo dalla prima all’ultima, e in quel certo modo che ne può echeggiare un paio d’altri e che tuttavia è unico e a sua volta irripetibile e porta sangue – non saprei che parola più appropriata e meno drammatica usare – al corpus della Letteratura tutta (quel poco)». Condivido questo pensiero. Ne farei un manifesto. Però è vera anche un’altra cosa. Sentite Thomas Pynchon in Un lento apprendistato (E/O 1984, ristampato da Einaudi nel 2007): «Non ricordo bene perché adottai questa strategia di trasferimento. La prassi di dislocare la mia esperienza personale in altri ambienti […] in parte era dovuto a bruta insofferenza verso la narrativa che sentivo allora “troppo autobiografica”. A un certo punto avevo concluso che la vita personale di un individuo non c’entra nulla con l’invenzione letteraria: quando, lo sanno tutti, la verità è esattamente l’opposto. Per di più, ero circondato da prove contrarie, anche se deliberai di ignorarle, perché in realtà la narrativa – pubblicata e inedita – che allora come adesso più mi commuove e incontra il mio gusto, è proprio quella che prende luce e verità innegabile dal fatto di essere stata trovata e attinta – sempre pagando un prezzo – nei livelli più profondi e condivisi della vita reale che viviamo tutti. Non mi va di pensare che, pur in modo imperfetto, non lo avessi capito. Forse semplicemente il prezzo era troppo elevato. In ogni caso, essendo un ragazzino sciocco, preferii trucchetti stravaganti».

Leggevo che La Caduta è solo il primo tassello di un’opera più vasta. Ti va di parlarcene velocemente?

La mia intenzione era quella di realizzare qualcosa che andasse al di là della solita narrativa generazionale. I modelli erano romanzi come Underworld, L’Arcobaleno della gravità, 2666. Alcuni dei titoli più significativi della narrativa d’oltreoceano degli ultimi decenni. Successi di critica e pubblico. Una linea che da Dos Passos e John Barth arriva, attraverso Pynchon, De Lillo e Bolano, fino ai giorni nostri. Libri di impianto, poderose macchine narrative che hanno però il pregio di non perdere mai di vista il lettore. Fatte le debite proporzioni e senza tirare in ballo i nomi altisonanti scomodati sopra, La Caduta vuole essere un modo per dire che anche in lingua italiana si può proporre qualcosa di diverso.

Giovanni, per te Natura e Umanità sono davvero così indissolubili? E che cos’è per te la Storia? Siamo ancora in grado di scriverla?

Consiglio la lettura integrale dell’opera di Fernand Braudel, uno dei massimi storici del Novecento.

Donato Bevilacqua
L'autore

Laureato in comunicazione multimediale all'università di Macerata, mi occupo da anni della sezione letteratura de La Bottega di Hamlin. Coordino la redazione di vari magazine online e collaboro con enti, istituzioni ed associazioni per l'organizzazione di eventi e la promozione del territorio.