Jorge Luis Borges – Finzioni

VOTO 9.0
La lettura di "Finzioni" allenta definitivamente il confine tra sonno e veglia, realtà e illusione, arte e vita.

Finzioni (1944) è una delle raccolte di racconti più celebri di Jorge Luis Borges. Un titolo laconico, proprio come certi suoi finali. Per esempio quello de La casa di Asterione, capolavoro di poesia metafisica, riflesso malinconico della solitudine del demiurgo-mostro (Asterione forse ha creato il mondo; Borges con la sua letteratura ne ha creati di infiniti). “Finzioni”, dunque, quasi potesse venirvi per un istante la tentazione di scambiare per reali i libri e gli eresiarchi che Borges cita nei suoi racconti. La sua letteratura, per sua stessa ammissione (vedi l’introduzione, venata di una deliziosa autoironia), è un palinsesto: una speculazione sulle infinite possibilità combinatorie del mondo, che si traduce in una riscrittura paradossale (Pierre Menard, autore del Don Chischiotte).

Il caso è il dominus incontrastato. O c’entra il destino? In ogni caso, tanto La lotteria a Babilonia quanto La biblioteca di Babele hanno un che di beffardo. La scrittura, in apparenza lineare e in realtà ipnotica, dal ritmo sinuoso, dà vita ad atmosfere rarefatte. La verità, sembra dire Borges, è uno spettro che non si può raccontare una volta per tutte, solo frammentare in pagine infinite perdute in corridoi infiniti. Neppure il tempo offre certezze: è circolare, tutto è già accaduto, sta accadendo, accadrà. «Credeva in infinite serie di tempi, in una rete crescente e vertiginosa di tempi divertenti, convergenti e paralleli. Questa trama di tempi che si avvicinano, si biforcano, si intersecano o si ignorano per secoli, abbraccia tutte le possibilità». Così in un altro capolavoro di Finzioni, Il sentiero dei giardini che si biforcano, una sorta di poliziesco con un finale che ribalta tutto quello che del poliziesco sapete.

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Ne Il miracolo segreto, vita, morte e arte si confondono al punto tale che il tragediografo Jaromir Hladik deve implorare Dio nell’oscurità di non essere «una delle tue ripetizioni o uno dei tuoi refusi». Potrebbe essere lui il figlio del sant’uomo protagonista de Le rovine circolari, che rinuncia alla veglia per rifugiarsi in un mondo di sogno in cui diventa creatore di uomini. Quegli stessi uomini che, di notte, rimangono vittima degli specchi – «abominevoli» come la copula, «perché moltiplicano il numero degli uomini» – e si mettono sulle tracce di mondi dalla logica impossibile (Tlon, Uqbar, Orbis Tertius).

Tra profeti (Tre versioni di Giuda), assassini (La fine) e destini ineluttabili, il viaggio di Borges ha una sola destinazione: l’amato Sud, nel quale si ritorna per un ultimo duello (Il Sud, che programmaticamente chiude la raccolta). La lettura di Finzioni allenta definitivamente il confine tra sonno e veglia, realtà e illusione, arte e vita. Borges, con la sua scrittura fatta di mattoncini impilati con grazia implacabile uno sopra l’altro, rende obsoleti i punti cardinali, le nostre pigre strategie di orientamento. Ci costringe ad affrontare la nostra infinità, con l’ironia malinconica di chi sa che il sorriso e la pena sono ormai comunque un sogno lontano.

Marco Loprete
L'autore

Copywriter, social media manager, web editor, lanciatore di coltelli.