Cesare Pavese – La luna e i falò

VOTO 9.0
Da bambino Anguilla era stato abbandonato sugli scalini del duomo di Alba e poi accolto da Virgilia e Padrino, che lo avevano adottato solo perché l’ospedale di Alessandria passava loro una mesata. Chi fosse sua madre, nessuno lo ...

Da bambino Anguilla era stato abbandonato sugli scalini del duomo di Alba e poi accolto da Virgilia e Padrino, che lo avevano adottato solo perché l’ospedale di Alessandria passava loro una mesata. Chi fosse sua madre, nessuno lo sa, nemmeno lui: chi può dire di che carne è fatto?

Dopo essere fuggito in America, in seguito alla Liberazione Anguilla torna al suo paese, nelle Langhe. Lì è rimasto Nuto, l’amico di sempre, il Virgilio con cui Anguilla-Dante compirà un viaggio a ritroso, alla ricerca delle sue origini. Prima tappa: una visita alla vecchia casa di Padrino, dove vivono i nuovi proprietari, Valino e il figlio Cinto; e che fine ha fatto Santa, incontrata tanti anni prima alla fattoria della Mora? Un racconto che si svolge su un doppio piano, costantemente in bilico tra passato e presente. Una dicotomia rintracciabile anche nel confronto tra il mondo contadino, minuscolo e sempre uguale, e l’America, terra vasta e ricca di promesse di rinnovamento.


«Ripeness is all» diceva Shakespeare in King Lear. «Ripeness is all» apre la La luna e i falò, romanzo scritto da Cesare Pavese nel 1949 (poco prima del suo suicidio), dedicato all’ultimo, grande amore, Constance Dowling. La maturità è tutto, ma anche essere pronti è tutto. Ciò che orienta la vita adulta deriva dalle nostre radici e dalla giovinezza, dai primi contatti con tutto ciò che ci circonda. Tuttavia, la fanciullezza è solo un momento di passaggio ormai dissolto, la genesi del nostro essere, ma pur sempre una partenza verso ben altri lidi: in King Lear, appunto, si dice proprio «L’uomo deve sopportare il suo andarsene di qua, così come il venirci. La maturità è tutto». Se da bambini è ancora possibile uno sguardo incantato come auto-protezione dalle atrocità della vita, da adulti la consapevolezza uccide e quella che fu la massima aspirazione del Pavese scrittore (quella «volontà di costruirsi secondo l’etica rigorosa della famiglia, dell’ambiente e della società»), si risolse in una resa finale.

Forte nel romanzo è il tema del ritorno, esplicato in quel bastardo del villaggio che torna ricco. Nel suo ricordare c’è un continuo confronto tra l’oggi e il ieri, quest’ultimo dominato da immagini di morte, dai cadaveri dei fascisti e dei partigiani e dalla guerra. Un ritorno che spinge Anguilla a una nuova consapevolezza, che «un Paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via». Quand’era ragazzo il suo Paese era il mondo intero, mentre, dopo aver viaggiato, si è reso conto che il mondo è composto da tanti piccoli Paesi. Eppure quel piccolo centro piemontese resta comunque la sua famiglia. Perché una famiglia aiuta a non sentirsi soli, sapendo che c’è sempre qualcosa di tuo da qualche parte e qualcuno che ti sta ad aspettare. In fin dei conti, nessun posto è bello come casa.


Ho girato abbastanza il mondo da sapere che tutte le carni sono buone e si equivalgono, ma è per questo che uno si stanca e cerca di mettere radici, di farsi terra e paese, perché la sua carne valga e duri qualcosa di più di un comune giro di stagione.

Elena Spadiliero
L'autore

Classe 1985. A sei anni è iniziata la mia storia d'amore con i libri: da allora non li ho più lasciati. Appassionata di cinema, montagna e Dylan Dog. Divoratrice di sushi e smørrebrød. Credo nella bellezza che «salverà il mondo» e nelle parole, ma quelle giuste, perché «chi parla male, pensa male e vive male».