L’età dell’innocenza: Anne Frank e il suo Diario

Quella di Anne Frank è forse una delle storie più tristi e note legate all’Olocausto. Non è solo una storia personale, ma collettiva, di un’intera famiglia a cui la politica antisemita nazionalsocialista ha strappato la libertà e il ...

Quella di Anne Frank è forse una delle storie più tristi e note legate all’Olocausto. Non è solo una storia personale, ma collettiva, di un’intera famiglia a cui la politica antisemita nazionalsocialista ha strappato la libertà e il diritto alla vita. Anne nasce a Francoforte nel 1929, da Otto ed Edith Frank, secondogenita, dopo la sorella Margot. Con la vittoria di Hilter alle elezioni, nel 1933, il crescere delle manifestazioni d’intolleranza, soprattutto contro gli ebrei, spinse Otto a trasferirsi con tutta la famiglia ad Amsterdam, dove intraprese diverse attività imprenditoriali. La tranquillità ritrovata fu solo apparente, poiché l’esercito tedesco invase l’Olanda nel 1940. Dopo un vano tentativo di emigrare negli Stati Uniti, nel 1942, la famiglia Frank decise di nascondersi in un rifugio segreto, ideato all’interno della ditta di Otto. Ai Frank si aggiunsero il dentista Fritz Pfeffer e la famiglia Van Pels. Durante la loro permanenza nel rifugio vennero aiutati da degli esterni, fra cui Miep e Jan Gies, Johannes Kleiman e Victor Kugler. Il nascondiglio venne scoperto nell’agosto 1944, in seguito alla soffiata di uno sconosciuto informatore: i clandestini vennero destinati al campo di concentramento di Auschwitz e, a parte Otto, che riuscì a salvarsi e morì nel 1980, per gli altri l’epilogo fu dei più atroci, in quanto perirono tutti all’interno dei diversi campi di sterminio in cui furono smistati. Anne e la sorella morirono di tifo a Bergen- Belsen e i loro corpi gettati in una fossa comune.

Il celebre Diario di Anne venne pubblicato grazie a Otto, a cui fu consegnato, al suo ritorno in Olanda, da Miep Gies. Le pagine furono redatte tra il 12 giugno 1942 e il 1 agosto 1944: la forma e lo stile erano tipici di un diario privato, questo almeno fino alla primavera del 1944, quando Anne sentì a “Radio Orange” un discorso di Bolkestein – ministro dell’istruzione olandese in esilio -, in cui l’uomo affermava di voler rendere, alla fine della guerra, pubblici tutti i contributi che testimoniassero le atrocità naziste, diari compresi. Per questo motivo, Anne iniziò una seconda stesura: ricopiò e corresse il suo testo, tagliando le parti che, a suo avviso, potevano non interessare ai lettori, mentre ne aggiunse altre, in base ai suoi ricordi. Tuttavia, conservò il suo primo diario, definito, nell’edizione critica completa pubblicata nel 1986, “versione A”, mentre il testo rivisitato è la “versione B”. Il Diario pubblicato dopo la guerra fu modificato ulteriormente da Otto, ed epurato da tutti quei particolari considerati troppo intimi (“versione C”).

Pur collocandosi in un ambito tutto fuorché normale, il diario parla di cose consuete, legate alla quotidianità di tutti i giorni. In esso trovano spazio i pensieri di un’adolescente e la descrizione dei suoi sentimenti rispetto ai suoi compagni di sventura, i conflitti con i genitori, l’amore per Peter Van Pels, il quale morirà dopo un’estenuante “marcia della morte”, da Auschwitz a Mauthausen, pochi giorni prima della liberazione del campo. Anne si rivolge a Kitty, l’amica immaginaria, del cuore, quella che ogni ragazzina ha nell’età adolescenziale e che lei, per ovvi motivi, non può avere. Il diario diventa un sostegno psicologico, necessario per affrontare la prigionia e la condivisione forzata di pochi spazi con altre sette persone. Anne si dimostra una persona matura, conscia di quanto le sta accadendo, eppure decisa a non perdere la speranza e la fiducia nella bontà umana. Forse è proprio per questo che il suo Diario ha assunto negli anni un’importanza fondamentale nel ricordo della Shoah: pur ritraendo una situazione disperata che condurrà a dei macabri esiti, la tragedia è alleggerita dallo sguardo curioso e attento di Anne, intelligente e vivace. Impossibile non pensare che se solo fosse vissuta in un’epoca diversa, il suo sarebbe stato senz’altro un futuro brillante. Purtroppo i “ma” e i “se” non cambiano la Storia ma, quantomeno, aiutano a riflettere, a porsi delle domande, perché sebbene non testimoni diretti di una pagina buia di politica europea, è comunque dovere individuale di ciascuno garantire la memoria di ciò che è stato e non deve più essere.

Elena Spadiliero
L'autore

Classe 1985. A sei anni è iniziata la mia storia d'amore con i libri: da allora non li ho più lasciati. Appassionata di cinema, montagna e Dylan Dog. Divoratrice di sushi e smørrebrød. Credo nella bellezza che «salverà il mondo» e nelle parole, ma quelle giuste, perché «chi parla male, pensa male e vive male».