La tregua. In viaggio con Primo Levi

Dopo l'internamento nel lager nazista, con "La tregua" Primo Levi costruisce non solo una rievocazione di una parte significativa della sua esistenza, ma un vero e proprio viaggio verso la libertà.

Considerato come il seguito di Se questo è un uomo (1947), La tregua (1963) è, per molti, il vero capolavoro di Primo Levi. Dopo l’internamento nel lager nazista, l’autore costruisce, con questo romanzo, non solo una rievocazione di una parte significativa della sua esistenza, ma un vero e proprio viaggio verso la libertà, verso una nuova primavera della vita. La tregua è, per ricordare le parole di Italo Calvino: «un libro del ritorno, odissea dell’Europa tra guerra e pace… storia movimentata e variopinta d’una non più sperata primavera di libertà».

Un romanzo, insomma, in cui Levi narra dell’avventura affascinante e struggente di un gruppo di sopravvissuti in giro per l’Europa appena liberata. Da cornice fanno Auschwitz, la Russia, la Romania, l’Ungheria, l’Austria e poi Torino. Un itinerario fatto di incontri e scoperte, di civiltà diverse, di umanità vittime della stessa guerra che si ritrovano ora circondate dalla miseria e immerse nel ricordo dell’orrore. Una sorta di percorso di rinascita, un esodo verso la luce e, a ben vedere, un vero e proprio diario di viaggio. Vista la diffusione e la notorietà, il romanzo di Levi potrebbe essere considerato “di massa”, ma non è così. Le tematiche trattate si saldano alla struttura narrativa così perfettamente che il libro acquista uno spazio tutto suo, tra lo storico e il biografico, tra la narrativa e la letteratura di viaggio.

Il vagabondare, nel testo, ha una dimensione geografica sconfinata, non solo per la vastità dei territori toccati dai protagonisti, ma anche per il modo in cui gli stessi si accostano al transito, per il significato che gli attribuiscono. C’è la libertà di sbagliare strada, non esiste una razionalità precisa nel costruire un percorso, la volontà conta più della rotta. È un vagabondaggio anche culturale quello che ci propone Levi, proprio perché lungo la strada si stringono amicizie, si prende confidenza con lo sconosciuto e l’altro diventa elemento di creazione. I compagni di ventura e di sventura lasciano l’anonimato per entrare nel mondo del “caro e del conosciuto”. Il linguaggio dell’autore, in questo senso, si sofferma molto nella descrizione dei personaggi, dei loro sentimenti, della voglia di riconquistare libertà e dignità perse nei lager. Levi riflette, attraverso queste voci, sul percorso della vita e della morte, sulla consapevolezza di non smarrire mai il senso ultimo di questo vagare: non perdere mai la speranza in una vita futura positiva e basata sulla giustizia umana e sulla società aperta all’uguaglianza di tutti i popoli. Esclusi i nazisti (più bestie che uomini), ai personaggi Levi fornisce sempre la giusta dose di umanità, anche a quelli minori, ad indicare la sua voglia di vivere: una forza interiore che gli ha permesso di sopravvivere.

Ma chi sono i personaggi di questo romanzo? Thylle è un prigioniero politico tedesco, un anziano del lager che gode di diritti particolari; Yantiel è un giovane ebreo russo che trasporta al lager tutti i vivi; il piccolo Hurbinek è un bambino nato ad Auschwitz, gambe atrofiche ma occhi vivi; Henek è un ragazzo deportato con tutta la famiglia, un quindicenne che si occupa di Hurbinek e soprintende alla selezione dei bambini. Poi ci sono Peter Pavel, capo del “club dei bambini” e chiuso in se stesso, e il dodicenne Klein Kiepura. Hanka e Sadria sono infermiere polacche in balìa dei loro istinti, mentre Noah è un uomo nomade e libero.

Fraue Vita è una reduce italiana che si occupa di malati e bambini, lava vestiti e pavimenti; Olga è invece un’ebrea partigiana croata, volto devastato ma grande intelligenza; Greco è di Salonicco, un anarchico che vive con la convinzione che “l’uomo è lupo all’uomo”. E ancora Marja Fjodorovna, Gohlieb, dottore astuto e intelligente; Il Moro di Venezia, italiano vecchio e aspro coplito dalla demenza senile ma con animo forte e dignitoso. E poi c’è Cesare, compagno di prigionia di Levi, con cui nasce una profonda amicizia. Cesare non conosce odio né disprezzo, è festoso, furbo e ingenuo. La sua figura è quasi sempre associata a situazioni giocose (il tema ludico attraversa tutte le pagine del libro), è l’elemento esotico e nuovo, è il comunicare, l’inventare.

Primo Levi, rispetto agli altri personaggi, si pone sempre in una posizione distaccata, vicino ma non del tutto partecipe, attento ma dalla giusta distanza. L’autore rievoca in modo naturale ogni situazione materiale, sociale e culturale, cosi come i paesaggi. Ne scaturisce un ritratto dell’Europa post-bellica, l’euforia e l’entusiasmo dei russi, l’anima dei tedeschi messa a nudo. Il racconto, per Levi, non vuol dire solo presentare un resoconto del lager o la descrizione di un viaggio, ma è anche improvvisazione e tratti di mondi interiore, testimonianza per non dimenticare.

Alla fine del libro, quando emergono le sensazioni provate lungo il percorso, l’autore ricorda che La tregua è un’odissea, un ritorno inteso come travaglio interiore, lotta contro il passato, ricerca della propria identità, di una dignità calpestata. Ma è anche un preciso momento di sospensione tra l’una e l’altra configurazione dello spirito, un momento di piena intimità in cui si fa pesante il distacco tra l’inferno del lager e la normalità, conquistata pian piano in un viaggio di 5000 chilometri: nove mesi per un ritorno alla vita. Non c’è nulla di picaresco nell’avventura di Levi: ogni peripezia del viaggio è dovuta alla contingenza, non c’è ansia di arrivare prima, ma solo voglia di arrivare, sano e salvo. La trepidante attesa lascia spazio alle imposizioni della guerra.

È proprio l’intreccio tra la storia e il viaggio, tra la testimonianza e il racconto, a rendere speciale questo romanzo, a farne un documento prezioso sul cambiamento, sulla speranza verso il futuro. Durante ogni cammino l’identità si modifica, sentimenti, emozioni e desideri fanno di ognuno di noi delle “persone” che si muovono tra l’angoscia e l’ottimismo, tra l’andare e il riposare, tra lunghe distanze e primavere di libertà.

Donato Bevilacqua
L'autore

Laureato in comunicazione multimediale all'università di Macerata, mi occupo da anni della sezione letteratura de La Bottega di Hamlin. Coordino la redazione di vari magazine online e collaboro con enti, istituzioni ed associazioni per l'organizzazione di eventi e la promozione del territorio.