La riflessione sul potere in “Todo modo” di Leonardo Sciascia

Pubblicato nel '74, "Todo modo" è, qualche anno prima dell'"Affaire Moro", un ritratto della politica italiana degli anni Settanta: una fucina di corruzione e ambiguità, di rapporti poco limpidi tra politica e clero.

Todo modo di Leonardo Sciascia inizia con un pittore che, casualmente, giunge nei pressi dell’Eremo di Zafer, dove intende fermarsi per qualche giorno, immerso nella più completa solitudine. La struttura, in realtà, non è un vero eremo, bensì un albergo gestito dall’oscuro don Gaetano: lì si riuniscono, in alcuni periodi dell’anno, delle personalità di spicco della politica e della finanza, riunite per prendere parte a degli “esercizi spirituali” (Ignazio de Loyola, fondatore dei Gesuiti, è stato l’autore di Esercizi spirituali, dove leggiamo «Todo modo para buscar la voluntad divina»: da qui il titolo del libro di Sciascia). Durante la recita del rosario, un ex senatore e presidente della Furas, l’onorevole Michelozzi, viene ucciso.

Del caso si occupa il procuratore Scalandri, vecchio compagno di scuola del pittore, che, però, procede solo grazie ai suggerimenti di quest’ultimo. All’omicidio di Michelozzi segue quello dell’avvocato Voltrano, precipitato dall’ottavo piano dell’albergo. Scopriamo che la soluzione del caso, la verità, è «quasi ovvia: molto simile a quella della Lettera rubata di Poe», tuttavia nessuno la vede. Viene elaborata una teoria sulle cause che hanno portato alla morte di Michelozzi e Voltrano, mentre tra il pittore e don Gaetano avviene un confronto particolarmente enigmatico. È proprio don Gaetano l’ennesima vittima all’Eremo di Zafer: il pittore confessa quell’omicidio, ma Scalandri non gli crede, perché non ha un movente per il delitto. Il romanzo si chiude con un richiamo a I sotterranei del Vaticano di André Gide, un passaggio che, al lettore più attento, fornirà una risposta a un importante interrogativo: per quale motivo il pittore si è autoaccusato del delitto di don Gaetano? Perché mai avrebbe dovuto ucciderlo?

Leonardo Sciascia
Leonardo Sciascia

Pubblicato nel ’74, Todo modo è, qualche anno prima dell’Affaire Moro, un ritratto della politica italiana degli anni Settanta (e, aggiungiamo, un’anticipazione di quello che fu nei decenni successivi): una fucina di corruzione e ambiguità, di rapporti poco limpidi tra politica e clero, rappresentato simbolicamente dalla figura di don Gaetano («la Repubblica tutela il passaggio, lo so; ma poiché don Gaetano tutela la Repubblica… Insomma, la solita storia» racconta un prete al pittore appena giunto all’Eremo). Ma Todo modo non è solo questo: certo, è una critica ai democristiani di allora, ma è anche una rappresentazione infernale della Chiesa, con don Gaetano che diventa l’incarnazione del Diavolo e che si schiera tra quei “preti cattivi”, che non vedono nell’istituzione una «comunità convocata da Dio», bensì una zattera, La zattera della Medusa di Géricault (che richiama la storia vera della fregata francese Méduse), dove su centoquarantanove uomini se ne salvarono solo quindici: alla domanda «e quello che hanno fatto quei quindici per salvarsi?» don Gaetano risponde «Non mi interessa. Cioè: non mi interessa dal momento che la Zattera della Medusa è metafora, per me, di ciò che è la Chiesa»: per salvare quest’ultima si è disposti a tutto, anche ad uccidere, a cedere alla legge dell’homo homini lupus, come nel caso degli sfortunati della Méduse, protagonisti di atti di cannibalismo al nono giorno in mare.

Marcello Mastroianni e Gian Maria Volonté
Mastroianni e Volonté nel film di Petri

Il pittore rappresenta l’aspetto più laico e razionale del mondo, ed è l’unico a scorgere la verità in tutta la sua chiarezza: dopo gli omicidi Scalambri manda via tutti, convinto che se continueranno a restare all’Eremo «sarebbe finita come quel romanzo di Agatha Christie: tutti ammazzati, uno appresso all’altro». È ironico l’accostamento a Dieci piccoli indiani: anche lì, come in Todo modo, l’assassino veniva automaticamente escluso dai sospettati, in quel caso poiché si credeva che egli fosse una delle vittime (non aggiungiamo ulteriori dettagli per non rovinare la sorpresa a chi non avesse ancora letto il romanzo della Christie); in Todo modo, addirittura, l’assassino viene escluso a priori, poiché giudicato insospettabile.

A questo punto, è d’obbligo citare la trasposizione al cinema di Elio Petri di Todo modo e sottolineare che Petri fu regista anche di un altro splendido lungometraggio sull’insospettabilità di cui godono certi individui, Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto. Per quanto riguarda Todo modo, invece, il regista è più concentrato sulla critica alla Democrazia Cristiana: lo stesso Sciascia affermò che la pellicola è una specie di processo alla classe politica dominante in Italia, fortemente voluto da Pier Paolo Pasolini, ma che l’intellettuale non poté completare poiché deceduto. Todo modo venne accolto freddamente da tutte le fazioni politiche, anche dai comunisti che avrebbero dovuto apprezzarlo (e pare che, in privato, lo fecero, anche se poi quegli erano gli anni del compromesso storico e certe opinioni non potevano essere espresse pubblicamente). Dopo il sequestro di Moro, poi, Todo modo venne praticamente dimenticato: non dimentichiamo nemmeno che l’opera concluse il sodalizio artistico di Petri con Volonté. Nel 2014, la pellicola è stata restaurata grazie alla Cineteca di Bologna e al Museo Nazionale del cinema di Torino. Nel lungometraggio qualcosa si perde del romanzo di Sciascia, ma è bene pure sottolineare che si tratta di un film liberamente ispirato al romanzo e che, al di là delle opinioni del tempo, Todo modo è oggi considerato uno dei film più interessanti della produzione di Petri.

Gli aspetti più significativi dell’opera di Sciascia sono, senza dubbio, il relativismo di ispirazione pirandelliana che pervade un po’ tutte le opere dello scrittore siciliano, dove verità e menzogna di confondono, la critica al sistema politico, la riflessione sulla Chiesa. Infine, in Todo modo ci sono questi due personaggi chiave, don Gaetano e il pittore, così diversi, almeno fino a un certo punto, finché qualcosa si trasforma nel pittore, finché non giunge per la sua anima, segnata dal continuo confronto dialettico con il mefistofelico prete, il momento di quell’«atto di libertà» menzionato in apertura del libro.

  • Corrado Iacono

    Non c’è che dire, l’articolo rende onore sia all’opera di Sciascia che a quella di E. Petri. Complimenti e grazie!

    • Elena Spadiliero

      Grazie a lei Corrado, mi fa piacere che l’articolo le sia piaciuto. Buona serata!

Elena Spadiliero
L'autore

Classe 1985. A sei anni è iniziata la mia storia d'amore con i libri: da allora non li ho più lasciati. Appassionata di cinema, montagna e Dylan Dog. Divoratrice di sushi e smørrebrød. Credo nella bellezza che «salverà il mondo» e nelle parole, ma quelle giuste, perché «chi parla male, pensa male e vive male».