Giorgio Caponetti: noi che siamo il nostro passato

Classe 1945, Giorgio Caponetti si è trasferito ormai da qualche anno nelle campagne della Maremma dopo una carriera da pubblicitario. Lì alleva e addestra cavalli ed è regista di documentari e spettacoli equestri. Con La carta della Regina ...

Classe 1945, Giorgio Caponetti si è trasferito ormai da qualche anno nelle campagne della Maremma dopo una carriera da pubblicitario. Lì alleva e addestra cavalli ed è regista di documentari e spettacoli equestri. Con La carta della Regina prosegue nel suo percorso di ricerche storiche meticolose, unendo con fili robustissimi il presente al passato e alla memoria, che sono poi la sostanza di cui siamo fatti.

Caro Giorgio, per prima cosa voglio chiederti che cosa fa di un pubblicitario un esperto di ippologia, e che cosa vuol dire per te questa passione?

Stiamo parlando di qualcosa che è successo più di trentacinque anni fa. Hai mai sentito parlare degli anni di piombo da un lato e della Milano da bere dall’altro? Ecco: il cavallo, di cui ero già appassionato, è stato per me il modo per lasciare un mondo in cui non mi riconoscevo e per partire con tutta la famiglia verso un’altra vita.

La carta della Regina è un’altra avventura di Alvise Pàvari. Come cambia il tuo personaggio, se cambia, in questo romanzo? Senti che evolve di storia in storia?

Ognuno di noi cambia, impercettibilmente, ogni giorno. Cambiano le situazioni, gli umori; esperienze ed emozioni si accumulano. Alvise è sempre quel nobiluomo veneziano un po’ depresso e un po’ curioso di vivere, un po’ solitario e un po’ affamato di contatti umani, un po’ snob (noblesse oblige) e un po’ aperto verso gli altri, un po’ tanto scorbutico e altrettanto esigente con se stesso. Ma, di avventura in avventura, è anche sempre un po’ diverso: come capita a tutti noi.

Alvise sembra un po’ il tuo riflesso: ama i cavalli, esperto di storia e di mistero. La letteratura è uno strumento per parlare anche di te?

Non direi. Direi piuttosto che è uno strumento per parlare anche, trasfigurandole, delle tante esperienze che ho vissuto e che continuo a vivere nella mia ormai lunga vita, di trasformarle in storie, di condividerle con il lettore e di dar loro un senso.

La carta della regina, di Giorgio Caponetti

La carta della regina di Giorgio Caponetti

Come approcci alla costruzione di un romanzo? Cioè, quando inizia la fase della ricerca storica, e come la porti avanti?

La ricerca è forse il momento che mi appassiona di più. La porto avanti in tutti i modi possibili, anche rompendo le scatole ad un mucchio di sconosciuti. Dopo aver scremato le prime nozioni sull’argomento che mi interessa, divento il più tremendo cacciatore di informazioni dalle fonti più autorevoli. Dipende da romanzo a romanzo. Quando l’automobile uccise la cavalleria ha richiesto quasi vent’anni di ricerche. Erano altri tempi, però: bisognava andare di persona in biblioteca, spulciare archivi, fare un lavoro da certosino. Adesso, grazie a internet, è tutto più semplice. Di solito parto dalla Treccani online. Trovo il nome del compilatore della scheda: è sicuramente uno dei massimi esperti italiani dell’argomento. Gli telefono o gli mando una mail: “mi chiamo così e così, sto scrivendo un romanzo in cui parlo anche…, potrebbe darmi delucidazioni?” Ecco: mi hanno sempre risposto con grande gentilezza; con qualcuno sono anche diventato amico. Poi, di solito, vado a conoscerlo di persona e continuo la ricerca in base alle sue indicazioni.

Per La carta della regina, ad esempio, sono riuscito a vedere con i miei occhi il più antico foglio di carta d’Europa, la “carta di Adelasia”, all’Archivio di Stato di Palermo. Per Due belle sfere di vetro ambrato, ho scoperto notizie fondamentali alla Biblioteca Marciana e alla Biblioteca della Fondazione Cini, a Venezia. È un gioco che mi appassiona, che mi trascina in giro come un cane da tartufi che va dove lo porta il naso. Spero che dai miei racconti emerga questo mio divertimento.

Che rapporto hai, quindi, con il passato e con la memoria?

Noi siamo il nostro passato. Dico noi intendendo tutta l’umanità ma anche ogni singolo individuo. Senza passato, senza memoria, senza storia non esiste futuro. A volte, troppo spesso anzi, le parole “passato” e “memoria” evocano un senso di tristezza. Nel mio modo di vedere, di rivivere, di ricostruire certi momenti storici, passato e memoria sono invece la sostanza della nostra realtà.

Donato Bevilacqua
L'autore

Laureato in comunicazione multimediale all'università di Macerata, mi occupo da anni della sezione letteratura de La Bottega di Hamlin. Coordino la redazione di vari magazine online e collaboro con enti, istituzioni ed associazioni per l'organizzazione di eventi e la promozione del territorio.